NURAGHE Su Mulinu

Gli scavi del nuraghe Su Mulinu, iniziati nel 1984, hanno messo in evidenza la sua eccezionale trasformazione da abitazione fortificata in Santuario. La singolarità del Sito, infatti, è data dalla presenza, all’interno del bastione principale, di uno straordinario altare-vasca (IX–VIII sec. a. C.), unico nel suo genere in Sardegna e quindi nel mondo, che insieme alle ulteriori testimonianze di altari votivi documentano l’eccezionale trasformazione del monumento in ambito sacro.

L’eccezionalità del monumento e gli innumerevoli reperti recuperati dagli scavi, nonché gli innumerevoli reperti recuperati nelle ricognizioni nel territorio e per donazioni di privati cittadini, hanno permesso la presentazione del progetto espositivo del Civico Museo Su Mulinu, (attraverso la L.R. 28/84 e sue modifiche, oggi L.R. 14/2006 art. 20 e 21 comma 2, lett. b) progetto di gestione), giungendo il 16 marzo 2002 all’inaugurazione del Civico Museo Su Mulinu.

Intorno alla seconda metà del XIII e per tutta la durata del tempo dei nuraghi si osserva un fenomeno diffuso in tutto il territorio della Sardegna: quello della trasformazione dei monumenti turriti in luoghi di culto e contemporaneamente la generale propagazione dei santuari (Templi a Pozzo, Templi a Megaron, Fonti Sacre, Rotonde e Capanne delle Riunioni).
Nuraghi come Il Santu Antine di Torralba, il Funtana di Ittireddu, il Nurdole di Orani – e così anche il Su Mulinu di Villanovafranca e altri ancora – vengono riutilizzati ancora in età nuragica e trasformati da luoghi di controllo del territorio e delle risorse in centri cerimoniali che presentano rituali, arredi sacri e strumenti del culto molto complessi. Tra questi ultimi spicca la presenza, oltre le numerose lucerne (almeno 500 nel vano “e del nuraghe Su Mulinu), delle spade votive in bronzo e di offerte di oggetti in metallo e oro e grani di collana in ambra del Baltico. Fra gli arredi sono sempre presenti dei sedili nei quali ospitare i partecipanti al rito, focolari nei quali si cuocevano le carni di animali consumati in comunità, recipienti lustrali e modelli di nuraghe quali quello della vasca altare del vano “e”.

La rappresentazione del nuraghe in bronzo, in pietra e ceramica avviene in un momento nel quale la gran parte dei monumenti hanno subito il collasso strutturale delle parti sommitali e molti dei loro ambienti sono abbandonati e non più utilizzati fino ad età storica. Si tratta pertanto di un culto della memoria, del ricordo dei tempi, non lontani e quindi a memoria d’uomo, in cui i nuraghi erano ancora i centri attrattori dell’insediamento e caratterizzavano il paesaggio di gran parte dell’isola.

Oltre al sacello della vasca-altare, luogo intimo probabilmente riservato ai soli officianti il rito, anche la camera della Torre F ha restituito un gran numero di lucerne (circa 200), un altare e vari altri strumenti del rituale. Tutto intorno al perimetro interno corre un bancone-sedile che poteva ospitare una cinquantina di persone. Si distingue così dal sacello con la rappresentazione del nuraghe per il fatto di essere un ambiente più aperto alla partecipazione di gran parte della comunità che viveva nel sito.
Una così grande quantità di lucerne votive, spesso decorate con motivi impressi e incisi secondo uno stile geometrico, è segno del fatto che tali strumenti atti all’illuminazione dei recessi oscuri del vano “e” avessero una rilevanza notevole nella celebrazione dei rituali che ivi si svolgevano. Ad essi si accompagnavano recipienti in ceramica atti alla consumazione di pasti rituali a base di carni di animali allevati, in specie i suini, ma anche oggetto di attività venatoria quale il cervo.
Nei santuari e nei centri cerimoniali nuragici svolgeva un ruolo importante anche l’acqua, basti pensare ai pozzi e alle fonti sacre, forse legata alla purificazione dei partecipanti alle cerimonie.

Dopo l’VIII-VII secolo a. C. si registra sia nel vano “e” che nella Torre F un lungo momento, almeno tre secoli e più, nel quale si osserva una interruzione del culto che denota peraltro quello che possiamo definire come il definitivo tracollo della Civiltà Nuragica, in concomitanza con l’insediarsi dei Phoinikes nei centri urbani di Sulky (S. Antioco), Nora, Tharros ecc. Come osservato da diversi autori che si occupano di questo periodo, la fine della Civiltà Nuragica non è da imputarsi all’arrivo dei prospectors fenici, con i quali l’elemento indigeno intraprende un processo di integrazione privo di frizioni, ma a fattori interni alle comunità nuragiche che hanno determinato l’insostenibilità del sistema economico e sociale dell’età del bronzo.

La ripresa del rituale religioso nei due ambienti del nuraghe Su Mulinu avviene in età tardo-punica, fra la fine del IV e la prima metà del III secolo a. C., denotando un fenomeno di sincretismo religioso nel quale elementi del rituale punico, comprese le lucerne, si sovrappongono e inglobano l’originale cerimoniale nuragico. Tale fenomeno si osserva anche in altri nuraghi, come nel caso di Genna Maria di Villanovaforru e Lugherras (le lucerne in lingua sarda) di Paulilatino. È questo il segno di una occupazione, anche militare della Marmilla da parte dell’elemento cartaginese, ai fini di un controllo del territorio e dello sfruttamento economico di una regione da sempre produttrice di cereali.
In età romana repubblicana e imperiale fra la fine del III secolo a. C. e tutto il II secolo d.C. si intensifica il rituale religioso, come si osserva dal gran numero di lucerne e offerte votive, integrandosi in parte, e in parte introducendo innovazioni, nell’antico rituale. È forse a questa lunga fase che si può attribuire la dissacrazione degli strumenti liturgici nuragici, fra i quali l’asportazione delle spade votive dalle loro sedi originarie e la frantumazione di parte della vasca-altare.